15/02/2018, 20:26



"Casa-Famiglia":-gli-educatori-e-la-loro-formazione!-


 



Dopo alcuni anni di esperienza maturata nel particolarissimomicrocosmo delle Comunità socio-educative di accoglienza per minori e ’Bambinocon Genitore’, chi scrive ritiene possibile azzardare una prima riflessione sulrapporto tra gli strumenti formativi acquisiti dagli operatori e le loro effettivecompetenze a proposito degli interventi di natura riparativa, riabilitativa,rieducativa o finalizzata a corrispondere le strategie aziendali volte alreinserimento lavorativo degli utenti.L’argomento è complesso e sarebbe senza dubbioutilissimo un confronto a più voci, per mettere a fuoco singoli aspetti, tuttimeritevoli di specifici approfondimenti. Ad esempio: quanto è funzionale la mera competenzadi natura tecnica al cospetto della personalità di un adolescente che non si fascrupolo (come è giusto che sia) a condividere, talvolta nel peggiore dei modi,le ferite che tormentano il suo animo? Quanto è necessario, per un educatore, essere dotatodi una qualità impalpabile chiamata "carisma"? Quanto invece un’accresciutacompetenza tecnica può aiutare un educatore poco carismatico a supplire conefficacia e qualità professionale a tale mancanza? Quanto la capacità di mettersi in gioco di unoperatore confligge con l’eventuale tasso di supponenza o presunzione delmedesimo, magari perché fatica a considerare gli strumenti formativi acquisiti comeun’utile ma insufficiente "cassetta degli attrezzi"?Quanto, infine, l’esperienza maturata sul campodagli educatori "storici" (formatisi magari in quegli anni in cui si studiavameno ma si solcavano i territori della devianza sporcandosi abbondantemente lescarpe e le mani) è definibile come utile (o addirittura necessaria) nelcontesto odierno, caratterizzato da numerosissimi corsi universitari sulla"formazione sociale-educativa" non sempre agganciati alla concretezza del "quied ora"?Qualunque risposta parte obbligatoriamente dalleferite dell’animo adolescenziale poco fa citate, che determinano agiti spessoimprevedibili e che richiedono all’educatore sociale di detenere nel propriobagaglio un fardello di straordinaria qualità. All’operatore sono richiestiinfatti tanto buon senso, una vocazione laica alla condivisione piena delle emozioni trasmesse ognigiorno dal suo "utente" purché sappia sempre non colludere con lui, unadisponibilità all’ascolto mai rituale (altrimenti percepita come equivalente adun intervento di stampo impiegatizio) e infine una non altrettanto comunecapacità di "fare equipe" con i colleghi, per poter intercettare nel miglioredei modi sensazioni, gioie, dolori, preoccupazioni e desideri dei ragazzi edelle ragazze con cui si condivide una così ricca esperienza professionale. Chi ritiene sia facile trovar condensate in un’unicapersona tante indispensabili caratteristiche si sbaglia. O, se si preferisce,coloro che pensano (anche tra coloro che inviano i curricula alle aziende) cheil mestiere di "educatore" sia assimilabile al ruolo di provvisorio "badante"di un giovane in difficoltà, avrebbe bisogno di chiarirsile idee prima di proporsi sul mercato del lavoro. Educare è il mestiere più difficile del mondo,figuriamoci poi se in una stessa casa dimorano otto o dieci giovani ogiovanissimi, provenienti dai circuiti più disparati (civile, penale), da tantiangoli del mondo (Europa dell’Est, Africa), con alle spalle vissuti non semprecomparabili tra loro, ognuno con la propria drammatica, meravigliosa storia. E chehanno bisogno come dell’aria di essere corrisposti da una figura educativapienamente consapevole dell’esercizio delle sue funzioni.Il dibattito è aperto. O, almeno, si spera.  


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